"Dove sono, o Sibilla, le candide colombe, messaggere alate?
Dov'è il Lete, fiume dell'oblio, sul quale volano ombre infinite?
L'antro è nel buio, senza divinità.
Gli uomini di questo tempo l'hanno riempito di empietà mortale.
La leggenda vuole che la Sibilla fosse un’ indovina millenaria,
arrivata a Cuma ove vaticinava in prossimità del tempio di Apollo.
Virgilio, ricollegandosi all’antica tradizione,
affida ai suoi vaticinii le premonizioni sulle future sorti di Roma.
Secondo le credenze, la Sibilla annunciò la stessa nascita di Cristo.
Nives Fedrigotti
Una donna alla ricerca di un nuovo equilibrio personale e sociale....nel ricordo di Alex Langer
Nives Fedrigotti è nata a Riva nel 1922 e vive a Rovereto. Si è occupata e si occupa di ricerca storiografica, di critica letteraria, di narrativa e poesia, alternando tali interessi ad attività politiche nei movimenti femminili, ecologisti ed antimilitaristi.
Ha pubblicato numerosi saggi sulla figura femminile alpina:"L'erba delle donne" (Roma 79); "Bernardo Cles e il suo doppio" (Trento 1987); "La santa e la strega" (Bolzano 94);" El diavolo" (Venezia 95), La Gana, sulla stregoneria e il grande sacrificio di massa durato più di tre secoli. Il fatto qui ricostruito storicamente e riproposto in chiave di racconto è la vicenda di una delle poche donne sottratte dalla gente e dalla famiglia al Tribunale dell'Inquisizione.
Ha pubblicato inoltre "Storie della gente trentina" (Venezia 77); "Che cos'è un marito" (Milano 78); "Impronte" (Trento 82), nonché la raccolta di poesie "Nel segno del pavone" (Rovereto 88). Eletta al consiglio comunale di Rovereto , fra i Verdi del Trentino, nel maggio 1990
Ha tenuto seminari di scrittura creativa presso il "Coordinamento Donne di Trento". Suoi articoli e saggi sono apparsi su quotidiani e riviste di cultura.Ha tre figli ed è nonna di cinque nipoti.
Fa parte dei Poeti per la Pace
2002/ Premio "Il Trentino dell'anno" : Nives Fedrigotti per «Una vita per la cultura »
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JOYCE LUSSU: un'antica sibilla contro la guerra
Mai, come in questi orribili mesi di guerra, si è sentita l'assenza di una voce di donna, sapiente, forte e chiara come quella di Joyce Lussu, da sempre contro la guerra.La sua voce si è spenta il 4 di novembre 1998, nell'anniversario un pò in sordina della prima grande guerra mondiale, mentre si accendevano in Europa, striscianti, i fuochi del terzo conflitto "occidentale".
Conflitto che, con risibili sotterfugi linguistici, già si proponeva come "ingerenza umanitaria", "missione coercitiva", "gentleman war", "guerra etica" "difesa integrata", e così via escalando. Con tante e ripetute scuse per i "danni collaterali" erroneamente causati da "missili intelligenti" e da floreali(e criminali) bombe a grappolo, a grafite, all'uranio impoverito.Impoveriti siamo noi tutti, e non solo metaforicamente.Impoveriti anche dalla mancanza della voce di Joyce: di questa erede della sibilla apenninica che, come l'antica sibilla Sabina, capace di consigliare ai re etruschi l'arte del buon governo, non perdeva occasione per esortare chi l'ascoltava ad, occuparsi del militarismo, degli armamenti, dei segreti di stato, della guerra.
Non era una pacifista imbelle, Joyce. Non l'abbiamo mai sentita gridare in piazza "Pace, Pace!"
- Dobbiamo studiare i meccanismi che ci portano come pecore clonate al massacro- lei diceva. Studiare la guerra come fenomeno storico, economico, giuridico, sociale e culturale, per evitarla.
A tale scopo aveva promosso una piccola collana di saggi collettivi sul fenomeno guerra, il cui primo volume "Donne, guerra e società" uscì per il Lavoro Editoriale di Ancona già nel 1982. Riletto oggi, anche solo sfogliandolo qua e là, mi pare di udire la sua voce pacata, la sua esposizione lucida e semplice, che tanta fascino esercitava anche sull'uditorio meno "politico", sui ragazzi delle scuole per esempio."L'istituzione militare, attraverso la storia, è sempre il puntello basilare dello stato gestito da una minoranza a spese della maggioranza subalterna, pur nella diversità dei modi e dei rapporti di produzione.""Il fatto che oggi i ministeri della guerra si chiamino i ministeri della difesa non cambia nulla. Che cos'è la difesa?. Il principio del deterrente è difensivo o non piuttosto offensivo, non dissimile da quello quello dal terrorismo privato e illegale?"
Erano domande che lei si poneva in un saggio di diciassette anni fa. E noi ce le poniamo angosciosamente oggi.
E ancora: "Il militarismo tradizionale e il sistema economico produttivo attuale sono insieme causa ed effetto delle guerre che si accendono nel mondo e della destrutturazione crescente dell'ecosistema, che potrebbero sfociare in una catastrofe definitiva... Se i poteri politici ed economici, in questi decenni, avessero indirizzato la scienza a puntare le sue ricerche, non sulla rapina di energie non riproducibili e sui mezzi bellici per proteggere questa rapina, ma sulle possibilità che offre il pianeta di usare energie rinnovabili come quella solare o eolica, o quella idrica o dei rifiuti azotati o quella che soffia dal ventre incadescente della terra o tante altre ancora, non ci troveremo oggi nella necessità di dipendere da risorse il cui accaparramento crea spaventosi conflitti e sperequazioni crescenti fra ricchi e poveri."Ecco questi erano i raggi del suo approccio alla conoscenza e alla comunicazione dei problemi mondiali: la guerra, il militarismo e le istituzioni; un femminismo cosciente: ossia un'ottica femminile diversa, storicizzata dalle esperienze accumulate nei secoli, che ha permesso all'umanità di ritessere la trama della vita lacerata dalla violenza necrofila del potere; l'ecologia, ovvero le risorse energetiche depredate dal sistema attuale, che Joyce Lussu chiamava "energovorace", incurante dello sfascio ecologico generale e della fame dei popoli non competitivi; la difesa delle differenze culturali, etniche, politiche, la lotta alle monoculture imposte anche in agricoltura; all'anticolonialismo.E poi la storia e la poesia: spesso un tutt'uno.
Scrittrice di storia, Joyce Lussu era per un'altra storiografia: per una storia delle maggioranze popolari che producono beni reali di sopravvivenza e di crescita. E non per la storia trita e manipolata che si studia nelle scuole: quella delle oligarchie dirigenti che si sono impossessate; del potere militare, politico, economico, religioso, dotato di armi, di codici e di testi teologici.Lei era per un'altra idea di Patria, di Nazione e di comunità.
La patria è dove si sta bene, diceva: dove si vive in armonia con i vicini, dove si ritorna volentieri come a casa, ritrovando gli amici. Ma esistere significa anche passare le frontiere e conoscere gli altri, diversi ma simili a noi. "Si ride e si piange tutti nella stessa maniera", soleva dire. L'odio e la violenza nascono dallo sfruttamento, dalla coercizione, dalla rapina del necessario vitale: il cibo, il riposo, l'affettività, il pensiero, la libertà, ugualmente necessari all'uomo e alla donna.Sono riflessioni espresse, o meglio raccontate nei suoi molti libri: in primo luogo in FRONTI E FRONTIERE, il libro che è insieme una biografia, una storia della Resistenza e un racconto d'avventura, pubblicato da Laterza in varie edizioni, a partire dal '44 e tradotto in molte lingue, un libro divenuto un c1assico per l'assoluta assenza di retorica e per la bellezza del linguaggio, che Gaetano Salvemini definì "un capolavoro di semplicità, di chiarezza e di immediata efficacia".
Raccontare era il suo modo di porgere il suo pensiero, perché all'origine di ogni persona e di ogni cosa c'è sempre un racconto.
Joyce Lussu Salvatori era figlia di genitori antifascisti, usciti da una famiglia di piccola nobiltà marchigiana con ascendenti inglesi, e con un nonno agrario, sovvenzionatore di squadre fasciste, come lei stessa racconta. Perciò in conflitto familiare e in esilio dall'infanzia. Era nata a Firenze nel 1912, aveva seguito studi molto irregolari, dapprima in casa, poi in Svizzera dove per breve tempo aveva frequentato una scuola gandiana, avendo come maestri Bertrand Russel, Roman Rolland e altre insigni personalità mondiali. Come compagno di scuola ricordava, divertita, il giovanetto bellissimo Pandit Nerhu, futuro premier indiano, poi assassinato. Tuttavia fra difficoltà economiche e cambiamenti di residenza e di paese ha studiato filosofia ad Heidelberg, lettere alla Sorbona, e si è diplomata in letteratura e filologia portoghese all'università di Lisbona. In Germania rimane fino all'avvento del nazismo, poi viaggia fra il 1933 e il '38 in Africa, con lavori precari anche umili, a Bengasi, Porto Said, in Kenya, dove matura il suo interesse per i paesicolonizzati e i loro popoli. In questo periodo compone i suoi primi testi poetici, anche in tedesco e in francese, dei quali Benedetto Croce in persona curerà la traduzione e la prima edizione (Ricciardi, 1939).Quando Joyce Lussu rientra in Europa, la polizia fascista ha già, a suo nome, un incartamento con la qualifica "Sovversiva pericolosa". Quel fascicolo è destinato a crescere. Sbarcata in Francia senza documenti, lei va a cercare i compagni di "Giustizia e libertà" e in particolare Mister Mills, alias Emilio Lussu, che più tardi sposerà a Parigi, in modo del tutto anticonvenzionale, e dal quale avrà l'unico figlio Giovanni Lussu. Con Emilio vivono in clandestinità e in contatto con molti esiliati antifascisti; insieme saranno a Londra per una missione segreta. In Inghilterra Joyce frequenta un corso per la contraffazione di documenti, passaporti, timbri, utilissimi per la salvezza di molti perseguitati politici.
Insieme saranno poi in Spagna, in Portogallo e dovunque li chiamerà la loro scelta di lottare concretamente contro il fascismo. Ma pur nell'asprezza della lotta Joyce non trascura la sua vita privata: per una casa che sia casa, anche solo per pochi giorni. Per un rapporto dolce e ordinato con il proprio compagno, ma con gli occhi sempre aperti alla realtà.Così era lei, fra entusiasmo e razionalità; elementi che le permettono di mettere a segno i suoi progetti: dalla fuga del vecchio e prestigioso antifascista Emanuele Modigliani, dopo l'occupazione nazista della Francia, alla missione avventurosa nell'Italia occupata, attraverso le linee tedesche, nell'autunno del 1943, per incontrare i comandi alleati e le forze politiche del sud e discutere con loro l'organizzazione della prime formazioni partigiane.
E poi, nel tempo, l'azione per la liberazione di Agostinho Neto delle carceri fasciste di Salazar; l'avventura della fuga della moglie del poeta turco Nazim Hkmeth dagli arresti domiciliari al Bosforo, la partecipazione alla guerriglia angolana e la traduzione dei poeti africani, la visita al quartier generale dei leaders Kurdi Barzani e Talabani. E tutto questo trasfuso, raccontato in prosa e in poesia nei molti libri che riflettono questa continua ricerca tra avventura politica e creatività letteraria.Lunghissimo è l'elenco delle sue pubblicazioni, che nomino solo parzialmente: PADRE PADRONE PADRETERNO, L'ACQUA DEL 2000, L'UOMO CHE VOLEVA NASCERE DONNA, 0OS'E' UN MARIT0 (presso l'Editore Mazzotta), LA SIBILLA, IL TURCO IN ITALIA, LE INGLESI IN ITALIA, STORIE DA CERTI LUOGHI (presso il Centro Internazionale della Grafica di Venezia), i racconti sardi L'OLIVASTRO E L'INNESTO (Ed La Torre), LA STORIA DEL FERMANO (Marsilio), LE COMUNANZE PICENE, DELLA CIVETTERIA (Andrea Livi ed. Fermo) e molti altri, che rispecchiano un'intensa attività creativa, mai solitaria, anzi sempre discussa e spesso realizzata collettivamente, fino alla vigilia della sua scomparsa.
E poi c'è la poesia, che l'accompagna per tutto il corso della la sua lunga vita: oggi raccolta nel bel volume di Andrea Livi: INVENTARIO DELLE COSE CERTE. Una poesia che si fa sempre più concreta e lontana sia dai preziosismi formali, che dall'intimismo malinconico di tante correnti poetiche del nostro secolo. Ma, proprio per questo, poesia attuale anche nell'invenzione del linguaggio, concreto come un inventario di certezze morali: dove etica e poetica, storia di tutti e vissuto personale, scorrono armoniosamente dentro la sua nativa vena lirica, insieme alla sua tensione libertaria, al suo indubbio senso musicale e anche al suo sottile umorismo.
Da "INVENTARIO DELLE COSE CERTE' di JOYCE LUSSU:
Un giornalista mi ha chiesto
se mi considero una donna di successo
E ho risposto di sì;
"Non puoi rispondere così"
ha osservato un amico
che mi segue dappresso
cercando d'impedirmi di far brutte figure
"I tuoi libri hanno scarse tirature
raramente hai accesso alle televisioni
il sociologo Alberoni
non ti ha mai citata...
"Allora avevo capito male
dissi, credevo che il successo
nella vita, fosse svegliarmi la mattina
di buon umore, senza problemi al fegato
guardando alla nuovissima giornata
come a un'avventura piacevole..."
"Ma lo sai bene che le femministe
ti hanno sempre snobbata
che Panorama e L'Espresso
non ti chiedono articoli
ai politologia..."
"senti, sia come sia, ti confesso
che non m'interesso molto al successo
ma appassionatamente al succede
e al succederà,
Il successo è un paracarro
una pietra miliare
che segna il cammino già fatto.
Ma quanto più bello il cammino ancora da fare
la strada da percorrere, il ponte
da traversare
verso l'imprevedibile orizzonte
e la sorpresa del domani
che hai costruito anche tu..."
Cara Serena...
...Se bastasse una piccola raccolta di lettere e cartoline, moltissime le cartoline illustrate, dagli angoli più remoti d’Italia, e una cinquantina di poesie di autori diversi, oltre a un lungo racconto, bellissimo, sui due anni d’infanzia e di guerra passati ai Zaffoni, pubblicato nel 1996 con il titolo "Perchè vi amo"; se bastasse la scrittura per ricostruire una vita intensa, ma anche stranamente appartata, come fu quella di Serena Tiella, potremmo illuderci di riaverla qui fra noi, come se questa crudele primavera non ce l’avesse rapita.
Ma ciò che resta non è che una minima parte dei suoi molti scritti pubblicati qua e là, mandati in fotocopia agli amici, spesso senza data e senza indicazione della testata. Resta il rimpianto di non averla aiutata a collezionare il tutto, quando lei non era più in grado di farlo: gli articoli sindacali, le riflessioni politiche, i suoi preziosi commenti alle poesie che andava raccogliendo e diffondendo, le sue lucide osservazioni scientifiche, etnografiche, filosofiche. Ma anche le sue sciarade, le sue "carte" astrologiche, l’enigma dei suoi percorsi immaginativi con i quali Serena tentava di affacciarsi sul mistero dell’universo.
Serena Tiella era una geografa totale, nel senso più letterale e insieme più lato del termine: esplorava, scriveva e insegnava (per anni in un istituto tecnico superiore di Rovereto), con scienza e coscienza. Scriveva di terra e di gente, di agricoltura e di etnie, di radici culturali e di comunicazione, argomentando con grande certezza e passione le sue ricerche sulle minoranze etniche compresse dalle culture egemoni statuali. Non solo italiane. Particolarmente di questo si era occupata a Roma, per una decina d’anni, incaricata dal Sindacato Nazionale Scuola.
Trovo appunto fra le mie carte un suo corposo saggio degli anni ’90, forse mai pubblicato, ma che pare scritto oggi: "Identità etnica e difesa dei particolarismi". Incomincia così: "Un fantasma si aggira sull’Europa Etnica, come su ogni area popolata da cosidetti gruppi minoritari: quello dell’omologazione. Un processo che sembra universale e inesorabile e che annulla, assorbe, fagocita ogni diversità. Come accade in campo agricolo, e contrariamente a quanto natura detterebbe, oggi pochi ‘semi’ hanno enorme successo... La diversità - colturale e culturale - è invece garanzia, investimento, inestimabile ricchezza. Più sono i ‘semi’, più forti e diversificati saranno i legami dell’uomo al proprio territorio; più motivata, in fondo, la nostra presenza sul pianeta Terra".
E ancora, con la sua grande concretezza: "Connotativi, per fare qualche esempio, sono la lingua dei fiamminghi, le danze marchigiane, il kilt scozzese, alcune leggende bulgare, la ritualità funebre sarda, le vicende storiche occitane, il cattolicesimo irlandese, l’artigianato lappone."
Per la resistente cultura occitana Serena aveva una sorta di passione, tanto che ha voluto che alcune musiche occitane accompagnassero il suo mesto, ma libero e laico, rito d’addio al mondo. Canti occitani, e poi la "Marsigliese", la Ninna Nanna di Brahms, la canzone "Arcobaleno" e altre musiche che le piacevano, certamente insolite in un cimitero...
Questa libertà e varietà di pensiero e di gusto connotavano fortemente la sua personalità, così unica ed originale.
In un’altra paginetta fotocopiata da lei inviatami, senza altra indicazione se non "scheda 12", trovo una nota che le dedica Vincenzo Passerini (da lei definito scherzosamente, per l’occasione, "un mio inaspettato ammiratore"): "Serena Tiella, esperta di minoranze, roveretana verace, progressista e un po’ asburgica (razza strana questa, e rara, ma formidabile: cosa non si è perso, ignorandola, certo autonomismo casereccio e certo sinistrismo senza radici e memoria!) ma col respiro ideale e intellettuale universale, ha pubblicato il saggio, semplice ma informato, ad uso dei transalpini ‘Quelques remarches concernant la proposition d’une eurorégion alpine italo-autrichienne’, nel volume ‘Langues régionales et rélations transfrontalières en Europe’, édition L’Harmattan, 1995, che riprende in gran parte le relazioni tenute all’omonimo convegno svoltosi in Alsazia nel giugno ‘94."
Un po’ asburgica, è vero: con quel tanto di persistente rispetto per le radici storiche della nostra terra. Con quel tanto di rimpianto che le fa dire in una pagina del suo lungo racconto "Perchè vi amo": "...sotto l’Austria, quando i trentini erano una minoranza linguistica e non sapevano quanto fosse vantaggioso. Non parlo della miseria, che non badava troppo alle lingue, parlo degli stimoli che derivavano dal doversi affermare, l’esigenza d’essere migliori perché solo così si è credibili, il vantaggio dell’essere ‘contro’, di far persino un po’ di paura, di tirar fuori tutto il meglio di sé senza rifiutare la cultura della maggioranza, anzi, appropriandosene. La stangata che ha preso il Trentino è anche questa: una minoranza che diventa maggioranza solo linguistica, perché per altri versi rimane diversa e distante: ma ormai è dentro in mezzo agli altri, simile o assimilata, fin troppo assorbita, al punto che, passata una generazione, non è stata nemmeno capace di gestirsi l’autonomia." Forse per addolcire l’amaro di queste sue riflessioni Serena usava stappare ogni anno per il compleanno di Cecco Beppe, mi pare il 16 agosto, una bottiglia di spumante in compagnia di pochi intimi.
E poi la poesia. La poesia l’ha accompagnata come un contrappunto di tutta la vita. Lei non scriveva poesie, ma ne leggeva moltissime e diffondeva tra amici quelle che più le piacevano. Anche pochi versi, in chiusura di una lettera, o a commento di un fatto, di un pensiero. Per il laborioso collocamento di una lapide-ricordo dedicata a suo padre, il valente architetto e raffinato pittore Giovanni Tiella, mi scrisse una volta: "Io se avessi fatto la cosa per conto mio, avrei messo i versi del Pascoli ‘ O padre... gli astri, Vega, Aquila, Arturo,/ splendano sopra il camposanto oscuro". Ma di poesia dolente o gioiosa è intriso il suo volumetto autobiografico "Perché vi amo", che è un viaggio della memoria attraverso la civiltà contadina, "verso un’età adulta anticipata dalla guerra e segnata per sempre da un senso agreste, terragno, della vita". Sono parole scritte dall’amico Diego Leoni.
Alla fine del suo viaggio terreno Serena Tiella ha inviato a tutti i suoi moltissimi amici un libriccino di poesie scritte dal suo amico prete, Sandro Lagomarsini, "anima di molte battaglie, tutte regolarmente perdute, in difesa della comunità montana" In copertina un tenero acquerello di Giovanni Tiella. In chiusura una pagina struggente tratta da "Perché vi amo", in ricordo di un altro orto, ai Zaffoni, che ebbe breve vita per siccità: "Nell’orticello vidi morire le mie speranze e le mie fatiche. Fui anch’io parte dell’umanità dolente e sconfitta, ero un piccolo pezzo di una tragedia universale. Ancora oggi una fontana asciutta mi getta l’angoscia nel cuore".
E con questo pensiero d’acqua, che finalmente pervade anche la alta sfera della politica mondiale, ci congediamo da Serena, rassicurandola, come sembra chiedere l’ultima sua frase scritta con mano incerta: "Se ho lasciato qualcosa spero sia un ricordo buono."
Sì, splendido e irripetibile, come quello lasciato dal nostro compagno di strada e di idee Alex Langer: anche tu lucida, razionale, eppur presaga e magica, amica.
Su questo numero:
Cara Serena...
Un ricordo buono e forte
Una passione inesauribile
Attenta, curiosa, non prevenuta